Nel mese di novembre ricorre il giorno 25 la giornata contro la violenza sulle donne. Nonostante si senta parlare e si scriva molto sull’argomento in questione, le vittime della violenza psicologica e fisica sono numerosissime.

La percentuale di donne che, in base a quanto precisato nel Rapporto delle Nazioni Unite World’s Women 2015, hanno subito violenza almeno una volta nella vita varia dal 06% al 68% a seconda della zona del mondo in cui vivono. In Italia, secondo l’ISTAT, circa sette milioni di donne tra i 16 ed i 70 anni subiscono violenza.

Quest’ultima non conosce distinzioni di ceto, infatti, spesso, nasce anche dove il livello culturale è apparentemente alto. Molto spesso, infatti, uomini che svolgono attività professionali di prestigio nascondono dietro ad un titolo accademico/un lavoro stabile e importante la loro vera natura di carnefici. Purtroppo chi rivesti ruoli rilevanti nell’ambito sociale strumentalizza la propria posizione per apparire una buona persona mentre, in realtà, manipola gli altri per continuare a vessare e a far subire violenza la vittima prescelta che, al contrario, spesso, appare agli occhi esterni poco attenti instabile e il cui grido d’aiuto non viene considerato veritiero.

Pertanto è fondamentale che le denunce presentate dalle donne vittime di violenza non siano mai sottovalutate e che gli operatori siano formati al meglio per riuscire ad individuare e riconoscere la violenza anche laddove appare inverosimile che un uomo professionalmente affermato possa macchiarsi di tale delitto.

E’ opportuno, poi, creare maggiore informazione sulla violenza psicologica che è il primo segnale dell’instaurarsi di un rapporto carnefice-vittima, meccanismo dal quale la donna ha difficoltà a liberarsi se non è sostenuta e creduta.

Infatti, la violenza praticata quotidianamente  sulle donne non è solo quella sessuale,  quella  che assume i caratteri della molestia o che si conclude con lo stupro, o col femminicidio, ma  è anche quella psicologica e verbale, perpetrata in ogni luogo e a ogni livello, in famiglia e nei luoghi di lavoro, a scuola e nella vita di ogni giorno, in maniera consapevole o in modo colpevolmente inconsapevole, figlia di una cultura ancora fortemente improntata alla mancanza di rispetto  per la dignità della persona e dei diritti delle donne, ancorata a stereotipi inaccettabili da contrastare con ogni mezzo.

L’UE ha finalmente firmato la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla lotta contro la violenza sulle donne (“Convenzione di Instabul”) lanciando un messaggio importante e, precisamente, quello di voler riconoscere l’importanza della Convenzione di Instabul che stabilisce le norme mondiali in questo ambito rafforzandone così il suo peso a livello internazionale.

In particolare l’articolo 4 della Convenzione sancisce il principio secondo il quale ogni individuo ha il diritto di vivere libero dalla violenza nella sfera pubblica e in quella privata. A tal fine le Parti si obbligano a tutelare questo diritto in particolare per quanto riguarda le donne, le principali vittime della violenza basata sul genere (ossia di quella violenza che colpisce le donne anche a causa di una cultura maschilista ancora presente e diffusa). Violenza sulle donne che, purtroppo, in molti casi, si ripercuote sui figli minori che non sono solo spettatori della violenza subita dalla madre  ma anche vittime della stessa e che rischiano di poter ripetere da adulti lo schema carnefice- vittima.

La Convenzione di Instabul stabilisce l’obbligo per le Parti di adottare normative che permettano alle vittime di ottenere giustizia, nel campo civile, e compensazioni, in primo luogo dall’offensore, ma anche dalle autorità statali se queste non hanno messo in atto tutte le misure preventive e di tutela volte ad impedire la violenza.

Ed è questa la strada da percorrere per trasformare il grido di aiuto di una donna in un grido di libertà.

Avv. Marzia Mincuzzi – Presidente di Voce in-Difesa